venerdì, Giugno 21, 2024
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Prebiotici e colon irritabile

Generalmente la parola “prebiotici” suscita nei pazienti che soffrono di colon irritabile posizioni contrapposte. Alcuni, infatti, ne sono sostenitori, avendo avuto un miglioramento dei sintomi dopo averli utilizzati. Altri, invece, ne sono detrattori, avendo riportato un peggioramento dei sintomi. È quindi necessario chiarire se i prebiotici siano “amici o nemici” del colon irritabile, non prima, però, di aver spiegato cosa sono e a cosa servono i prebiotici.

Prebiotici

Cosa sono?

I prebiotici sono sostanze alimentari che attraversano il tratto gastrointestinale senza essere digerite, stimolando la crescita o l’attività dei microrganismi probiotici. Essi, infatti, non possono essere assimilati dall’intestino, ma sono digeriti dai microrganismi intestinali, che se ne nutrono. I prebiotici sono quindi un substrato nutritivo, utilizzato selettivamente dai probiotici, cioè da quei microrganismi che conferiscono benefici alla salute[1].

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Quali sono?

Generalmente un prebiotico è un tipo di fibra alimentare, che stimola preferenzialmente la crescita di microrganismi con effetto probiotico (dal greco pro-bios, cioè a favore della vita). Non tutte le fibre alimentari sono quindi prebiotiche, ma solo quelle in grado di sostenere i microrganismi benefici. Inoltre i prebiotici possono essere derivati anche da sostanze non-fibrose, come gli acidi grassi polinsaturi e i polifenoli[1]. Tuttavia i componenti alimentari attualmente accettati come prebiotici sono i seguenti tipi di fibre[2]:

  • Fruttani (o Inulin-type fructans – ITF)
    • inulina;
    • frutto-oligosaccaridi (FOS).
  • Galattani
    • galatto-oligosaccaridi (GOS)
      • alfa-galatto-oligosaccaridi (α-GOS);
      • beta-galatto-oligosaccaridi (β-GOS);
    • trans-galatto-oligosaccaridi (TOS).

I fruttani sono presenti in alcuni alimenti a base di frutta, verdura e cereali. I galattani includono gli α-GOS (alfa-galatto-oligosaccaridi), presenti negli alimenti vegetali come i legumi (si veda tab.1), e i β-GOS (beta-galatto-oligosaccaridi), che possono invece essere prodotti enzimaticamente dal lattosio.

Diverse altre sostanze sono state proposte come possibili prebiotici. Tra queste[23], le più promettenti sono:

  • oligosaccaridi del latte umano (HMO);
  • amido resistente;
  • polidestrosio;
  • xilo-oligosaccaridi;
  • isomalto-oligosaccaridi;
  • lattulosio;
  • polifenoli;
  • acidi grassi polinsaturi.

Dove si trovano?

I prebiotici possono essere trovati in un’ampia gamma di alimenti. Di seguito riportiamo una lista di alcuni dei cibi con il più alto contenuto di fruttani e galattani.

Fruttani• Ortaggi: asparagi, barbabietola, broccoli (gambo), cavoletti di Bruxelles, cavolo, carciofo, melanzana, finocchio, aglio, porro, ocra, cipolla, scalogno, cicoria, tarassaco, pistacchi, anacardi
• Frutta:cachi, anguria
• Grano e segale (pane integrale, pane di segale, muesli di frumento, pasta di frumento e fette biscottate di segale)
Galattani• Legumi: Fagioli, fagioli al forno, ceci, fagioli rossi, lenticchie
• Pistacchi e Anacardi
Tab. 1 – Dove si trovano i prebiotici?

A cosa servono?

I prebiotici forniscono nutrimento ai microrganismi probiotici del nostro intestino, favorendone la crescita e aumentandone l’attività. Il loro consumo può quindi favorire la presenza di microbi benefici e dei loro metaboliti, come gli acidi grassi a catena corta, fondamentali per la salute dell’intestino e dell’intero organismo.

In particolare, sulla base delle attuali evidenze scientifiche[1], il consumo di prebiotici può migliorare:

  • l’assorbimento dei minerali, in particolare del calcio;
  • la regolazione della glicemia;
  • il transito intestinale, riducendo la costipazione e la diarrea occasionali;
  • il senso di sazietà.

La ricerca ha anche suggerito che i prebiotici possono supportare il sistema immunitario, le funzioni cognitive e la salute metabolica, migliorando l’insulino-resistenza e il livello di lipidi nel sangue. Essi, inoltre, sembrerebbero ridurre il rischio di allergie. Studi più recenti stanno studiando il ruolo dei prebiotici anche nella gestione di alcune condizioni gastrointestinali come le malattie infiammatorie intestinali (colite ulcerosa e morbo di Crohn) e la sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

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Prebiotici e colon irritabile

Diversi studi hanno indagato la relazione tra prebiotici e colon irritabile. Una recente meta-analisi[4] ne ha sintetizzato i risultati, chiarendo quale sia il loro effetto sui sintomi dell’IBS.

Innanzitutto lo studio ha evidenziato che i prebiotici fruttaniITF non hanno alcun effetto sul dolore addominale o sul gonfiore, ma possono peggiorare la flatulenza. L’inulina, i frutto-oligosaccaridi (FOS) e l’oligofruttosio non sono quindi efficaci nel ridurre i sintomi del colon irritabile e potrebbero peggiorarne alcuni dei sintomi, come la flatulenza.

Tuttavia altri tipi di prebiotici hanno mostrato di essere efficaci sull’IBS. In particolare, i betagalatto-oligosaccaridi ( β-GOS), la gomma di guar parzialmente idrolizzata e la pectina ne hanno migliorato i sintomi, riducendo in modo specifico la flatulenza e, più limitatamente, il dolore addominale e il gonfiore.

La ricerca ha inoltre evidenziato che dosi più basse di prebiotici (meno di 6 g/die) sono meglio tollerate rispetto a dosi più elevate (più di 6 g/die). La flatulenza, ad esempio, migliora solo con l’assunzione di basse dosi di prebiotici (< 6 g/die). Un eccesso di fibra nei pazienti con IBS, che spesso hanno una riduzione di bifidobatteri, può infatti finire con il fornire nutrimento a specie microbiche produttrici di gas, peggiorando flatulenza e gonfiore.

In sintesi l’evidenza scientifica ha mostrato che nei pazienti che soffrono di colon irritabile:

  • i prebiotici vanno assunti a dosaggi bassi;
  • i prebiotici utili sono i betagalatto-oligosaccaridi, la gomma di guar parzialmente idrolizzata e la pectina;
  • i fruttani possono peggiorare i sintomi dell’IBS.

Tali indicazioni sono il risultato delle attuali evidenze scientifiche. Va notato, tuttavia, che l’effetto di altri prebiotici sul colon irritabile non ancora è stato indagato o adeguatamente approfondito.

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Colon irritabile: dieta low FODMAP e prebiotici

Si è detto che l’uso dei prebiotici può migliorare alcuni dei sintomi del colon irritabile, come la flatulenza e il gonfiore. Tuttavia la dieta low FODMAP, uno degli interventi di prima linea per l’IBS, ne prevede, al contrario, la riduzione. Gran parte dei prebiotici, infatti, appartiene a quel particolare tipo di carboidrati fermentabili, chiamati FODMAP, che non dovrebbero essere consumati da chi soffre di colon irritabile. Questi zuccheri, infatti, non sono assimilabili direttamente dall’intestino, ma necessitano dell’intervento dei microrganismi intestinali, che se ne nutrono. Tuttavia la digestione operata dai microbi produce gas che, nei soggetti con IBS, provoca gonfiore e flatulenza. Per questa ragione i FODMAP, cui appartengono anche i fruttani o i galatto-oligosaccardi, non dovrebbero essere assunti dai pazienti con IBS.

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In effetti, uno studio condotto su volontari sani, che hanno assunto un’integratore di β-GOS (beta-galatto-oligosaccaridi), al dosaggio di 2,8 g/die, per 3 settimane, ha mostrato un aumento del volume di gas giornaliero rispetto a prima dell’assunzione del prebiotico. Tuttavia, dopo 3 settimane, l’evacuazioni di gas sono tornate al livello basale, cioè quello precedente l’assunzione dell’integratore[5]. I prebiotici avevano quindi favorito la crescita di batteri intestinali, che producevano meno gas durante la fermentazione degli zuccheri. In particolare i β-GOS sono utilizzati selettivamente dai bifidobatteri[6], che se ne nutrono, producendo meno gas durante la loro fermentazione.

Dieta low FODMAP o prebiotici?

Dopo aver constato l’adattamento del microbiota conseguente l’assunzione dei prebiotici, i ricercatori hanno deciso di svolgere un ulteriore ricerca in pazienti con disturbi gastrointestinali funzionali, come il gonfiore e la flatulenza. In particolare, lo studio ha confrontato l’effetto dell’integratore di β-GOS con quello di una dieta a basso contenuto di FODMAP.

Entrambi i gruppi hanno avuto riduzioni statisticamente significative dei sintomi durante l’intervento di 4 settimane. Tuttavia, una volta terminato il trattamento, i due gruppi hanno avuto risposte differenti. I soggetti che hanno interrotto l’assunzione del prebiotico, infatti, hanno continuato ad avere un miglioramento dei sintomi per altre 2 settimane, dopo le quali lo studio è terminato. Nei soggetti che seguivano la dieta low FODMAP, l’interruzione della dieta ha invece causato la ricomparsa dei sintomi[7]. Perché?

La ragione è che i due diversi interventi hanno avuto effetti opposti sulla composizione del microbiota fecale. I bifidobatteri (che producono poco gas) sono aumentati nel gruppo prebiotico e sono diminuiti nel gruppo a basso contenuto di FODMAP, mentre la Bilophila wadsworthia (una specie produttrice di solfuro) è diminuita nel gruppo prebiotico ed è aumentata nel gruppo a basso contenuto di FODMAP. L’assunzione dei prebiotici ha quindi portato ad un adattamento del microbiota, che ha permesso di tollerare la successiva assunzione dei carboidrati fermentabili. Al contrario, la dieta low FODMAP ha impoverito il microbiota, favorendo la presenza di specie, che producono gas durante la fermentazione degli zuccheri.

La somministrazione intermittente di prebiotici potrebbe quindi essere un’alternativa alla dieta low FODMAP, non solo altrettanto efficace, ma maggiormente sostenibile e salutare. La dieta low FODMAP, infatti, richiede la riduzione continuativa di sostanze preziose per la salute umana che, sempre più studi, mostrano essere protettive per svariate patologie, dal diabete fino al cancro. Tuttavia saranno necessari ulteriori studi prima di poter arrivare a delle solide raccomandazioni.

Bibliografia
Prof. Ludovico Abenavoli
Prof. Ludovico Abenavoli
Professore associato di Malattie dell’Apparato Digerente - Dipartimento Scienze della Salute, Università “Magna Graecia” di Catanzaro - A.O.U. Renato Dulbecco di Catanzaro

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